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TEKSTAI ORIGINALO KALBA

Šiuolaikinės italų literatūros balsai

Niccolò Ammaniti

Ištrauka iš romano „Anna“ (2015)

     Aveva tre, forse quattro anni. Era seduto composto sopra una poltroncina di finta pelle, il mento piegato sulla maglietta verde a maniche corte. Il risvolto dei jeans sulle scarpe da ginnastica. In una mano stringeva un trenino di legno che gli pendeva tra le gambe come un rosario.

     Dall’altra parte della stanza la donna stesa sul letto poteva avere trenta come quarant’anni. Il braccio coperto di macchie rosse e croste scure era attaccato a una flebo vuota. Il virus l’aveva ridotta a uno scheletro ansimante, ricoperto di pelle secca e pustolosa, ma non era riuscito a strapparle tutta la bellezza, che si scorgeva nella forma degli zigomi e nel naso all’insù.

     Il bambino sollevò il capo e la guardò, si aggrappò al bracciolo, scese dalla poltrona e con il trenino in mano si avvicinò al letto.

      Lei non se ne accorse. Gli occhi, sprofondate dentro due pozze scure, fissavano il soffitto.

     Il piccolo prese a giocare con un bottone delle federa sporca. I capelli biondi gli coprivano la fronte e sotto il sole che filtrava dalle tende bianche sembravano fili di nylon.

     Improvvisamente la donna si sollevò sui gomiti e arcuò la schiena come se le stessero strappando l’anima dal corpo, strinse le lenzuola nei pugni e ricadde squassata dalla tosse…

 

Teresa Ciabatti

Ištrauka iš romano „La più amata“ (2017)

Io sono la regina, mi rimiro nello specchio.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. Litio ed Efexor prima, Prozac e Rivotril poi, colpa tua, solo colpa tua, papà.

Mai andata sulla sua tomba, cimitero di Orbetello, fronte laguna. Tranne una volta, a vent’anni: papà, fai che Giorgio s’innamori di me. E non ricordo neanche chi fosse Giorgio, un compagno di università, forse.

Compulsiva negli innamoramenti non corrisposti. Paolo, Luigi, Guido, Andrea, Stefano, Giorgio. E poi: Matteo, Roberto, Enrico, Luca, Mario, Filippo. Anche questo colpa del padre, autoritario, gelido, assente, maledetta figura paterna, padre dispotico, minaccioso, vendicativo, dannata figura paterna, a tratti tenero, premuroso, attento. Se non si ripetessero identiche, potrei elencare tutte le situazioni umilianti in cui mi sono trovata col genere maschile, in cui mi sono buttata quasi cercando dolore.

E la volta che in lacrime mi sono presentata a casa sua (Roberto o Enrico?), dicendo che qualcuno mi stava seguendo, e io avevo paura, tanta paura, e al citofono lui mi ha detto che dormiva, maledizione, e neanche solo. Fine.

 

Biagio Cepollaro

Iš poezijos rinktinės „Lavoro da fare“ (2002-2005)

ora disegnare i confini

ci suona

quasi minaccia

ché avremmo voluto imboccata

una strada

fosse buona per tutto

il meriggio

della vita e invece

ci molla dopo qualche

metro

ed è sempre questa la lotta

e vale per ogni età: tra fissità

e mutamento

tra ciò che vorremmo valesse

per sempre

e l’acqua che scorre

che non è mai la stessa

– oh sì chi ci è vicino

teme di essere travolto

da questi invisibili cataclismi

e si preoccupa per sé

come è naturale

ma noi dobbiamo svolgere

un compito

– malgrado lui –

che è fare dell’anima

la nostra vita

gettare un ponte

tra ciò che siamo e ciò

che comunque eravamo già

da prima

anche senza saperlo

ora il tralignamento

del mondo appare

anche più chiaro: chi non frequenta

demoni

se li ritrova nei programmi

di governo

e invece questa folla

va ammaestrata

e interrogata:

arriverà il giorno

delle mediche analisi

e dei referti

del confronto contraddittorio

delle diagnosi

della distrazione

alla reception e forse anche

della semplice cattiva

educazione

e allora cosa diremo?

che siamo a posto

per cominciare il viaggio

(o finirlo, che è la stessa

cosa) o che dell’umano

noi

nel tempo che ci è stato

dato

abbiamo visto e sentito

abbastanza

che quel che è venuto

fuori

non è gran cosa

ma che è già tanto

perché la vita è più grande

di noi

perché lo spazio

e il tempo

sono infinitamente più grandi

di noi

e noi che non potemmo essere

uomini di fede

fummo costretti ad inventarci

qualcosa

che alla fede somigliava

un disperato e impossibile

amore per le altre

creature…

 

Daniela Raimondi

Odissea Notturna (2012)

Un corpo un numero un nome.

Qui non ci sono fiori.

Non ci sono ombrelli, cappotti rossi, bambini.

È un mondo muto, puro come il sale.

 

Spengono le luci.

I malati scendono nel ventre delle sotterranee.

Hanno mani bianche, orecchie di carta velina.

Trascinano lentamente i corpi ricuciti.

Sono fantasmi sotto le luci candide dei corridoi.

Osservano muti le file di cuori sotto spirito,

la solitudine dei feti nei vasi di cristallo.

 

Questa è una prigione di donne,

un gineceo di lamenti e corpi sterili.

Le vecchie rantolano nei loro astucci bianchi,

si agitano come bambine nei vicoli dei sogni.

 

Qualcuno russa. Muove nel buio la lingua di cenere.

Sento l’aprirsi e il chiudersi,

l’aprirsi

     e il chiudersi

          faticoso

              dei polmoni.

 

Una donna grida.

Gli angeli della morfina hanno calze nere,

mani preziose.

Le portano in dono poche gocce d’amore.

L’ago entra nel braccio come una fiaba

e la donna si scioglie, è di zucchero.

La testa ricade soffice come una pesca.

 

Dormono le donne magre, gli anemici,

gli esseri soli della terra.

Dormono i senza figli, i senza corpo,

i corpi di cera infilati nei pigiami.

Giù nel cortile i topi divorano foglie di cavolo,

garze, croste di pane.

Le loro code guizzano dentro ai cassonetti.

 

Vegliano i portieri di notte,

gli occhi di scimmia dietro le tende a fiori.

E vegliano le bocche sigillate degli insonni,

i cuori inamidati delle infermiere.

2017-07-10





 

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