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TEKSTAI ORIGINALO KALBA

XX amžiaus italų literatūros klasikų balsai

Cesare Pavese

Ištrauka iš romano „La bella estate“ (1949)

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. “Siete sane, siete giovani”, dicevano, “siete ragazze, non avete pensieri, si capisce”. Eppure una di loro, quella Tina ch’era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.

Ginia, se queste crisi la prendevano, non si faceva accorgere ma accompagnava a casa qualche altra e parlava parlava, finché non sapevano più cosa dire. Veniva così il momento di lasciarsi, che già da un pezzo erano come sole, e Ginia tornava a casa tranquilla, senza rimpiangere la compagnia. Le notti più belle, si capisce, erano al sabato, quando andavano a ballare e l’indomani si poteva dormire…

 

Elsa Morante

Ištrauka iš romano „La storia“ (1974)

Dopo i bombardamenti, la stazione aveva ripreso a funzionare. Si trattava di una stazione secondaria, non c’era mai molta folla, specialmente il lunedì, oggi poi ce n’era ancora meno. Solo pochi borghesi vi si aggiravano, l’edificio aveva un’aria abbandonata e provvisoria. Il cancello era aperto: non c’era nessuno di guardia all’esterno. A una decina di passi dall’entrata, si udì un orrendo brusio, non si capiva da dove precisamente venisse. Quella zona appariva deserta, non c’era movimento di treni, traffico di merci e le sole presenze che si scorgessero erano al limite dello scalo, entro la zona della ferrovia principale, due o tre inservienti del personale dall’apparenza tranquilla. Verso la carreggiata di accesso ai binari il suono aumentò di volume. Non era, come Ida aveva creduto, il grido degli animali ammucchiati nel trasporto che a volte si sentiva echeggiare in questa zona, era un vocio di folla umana, proveniente dal fondo delle rampe e Ida andò dietro a quel segnale. Il tragitto le parve chilometrico come una marcia nel deserto, non incontrò nessuno, solo un macchinista solitario che mangiava vicino ad una locomotiva spenta. L’invisibile vocio s’avvicinava e cresceva, e richiamava certi clamori degli asili, dei cimiteri e delle prigioni, però tutti rimescolati alla rinfusa. In fondo alla rampa, su un binario morto, stazionava un treno di lunghezza sterminata. Il vocio veniva da lì dentro…

 

Cesare Pavese

Agonia (1933)

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta

saprò vivere sola e fissare negli occhi

ogni volto che passa e restare sempre la stessa.

Questo fresco che sale a cercarmi le vene

è un risveglio che mai nel mattino ho provato

così vero: soltanto, mi sento più forte

che il mio corpo, e un tremore più freddo accompagna il mattino.

 

Son lontani i mattini che avevo vent'anni.

E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,

ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.

Da domani la gente riprende a vedermi

e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi

e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,

ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo

di essere io che passavo - una donna, padrona

di se stessa. La magra bambina che fui

si è svegliata da un pianto durato per anni:

ora è come quel pianto non fosse mai stato.

 

E desidero solo colori. I colori non piangono,

sono come un risveglio: domani i colori

torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,

ogni corpo un colore - perfino i bambini.

Questo corpo vestito di rosso leggero

dopo tanto pallore riavrà la sua vita.

Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi

e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,

mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,

uscirò per le strade cercando i colori.

 

Margherita Guidacci

Stella cadente (1992)

Alcuni desideri si adempiranno

altri saranno respinti. Ma io

sarò passata splendendo

per un attimo. Anche se nessuno

mi avesse guardata

risulterebbe ugualmente giustificato -

per quel lucente attimo - il mio esistere.

 

Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri

e difficili, ma io vedo chiaro

e so che in fondo sono solamente

metri e gessetti con cui misurate

e segnate - segnate e misurate

senza stancarvi.

Sfilate spilli di tra le labbra, come un sarto:

me li appuntate sull’anima

e dite: "Qui faremo un bell’orlo.

Dopo starai tanto meglio."

Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima !

Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo,

ebbene, non voglio entrarci.

Sono una poetessa:

una farfalla, un essere

delicato, con le ali.

Se le strappate, mi torcerò sulla terra,

ma non per questo potrò diventare

una lieta e disciplinata formica"

 

Poiché non mi veniva nessuna parola

(la parola era "addio", ma non riuscivo a dirla)

ti ho dato il mio silenzio

ed ho ascoltato il tuo,

e non è stato un vuoto, ma condivisa pienezza

e ancora gioia, mentre accettavamo,

come la terra, un nostro tempo di neve,

bianco grembo d’attesa delle future estati.

2017-07-10





 

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